Ravera dynasty

Anche la boccia come la pera non cade mai lontano dall’albero che l’ha generata. Buon sangue boccistico non mente. Matteo Ravera, erede precocissimo di papà Antonio, titolare nella squadra di serie A della ABC Chiavarese

 

Nell’ultima domenica di gennaio chi passava dal Bocciodromo del Lido di Chiavari non poteva non fermarsi incantato ad ammirare una gara riservata alla squadre Under 12. Spiccava tra i tanti boccisti in erba una cascata di riccioli biondi appartenente a un bambino chiaramente più piccolo degli altri concorrenti. Un peperino capace di rifarsi con un filotto di sfide vincenti dopo aver perso il match di entrata. Segno di combattività unita a un talento limitato per il momento solo dalle possibilità fisiche. Era Matteo Ravera, figlio di Antonio, uno dei nomi “forti” delle bocce italiane. Sette anni solamente per un tipetto che sembra già a suo agio con le sfere di metallo: 800 grammi e 75 cm di diametro non sono uno scherzo da tirare su neppure per una mano di grande non allenato, se ci pensate non siamo poi così lontano dai 1000 grammi e i 96 cm che rappresentano i ferri del mestiere per papà Antonio. C’è stoffa da vendere per tagliare su Ravera junior un abito da campione, anche se Ravera Senior ci va con i piedi di piombo, si sforza di giudicare con gli occhi del esperto, non del genitore.

Matteo è una talento naturale?

“Mio figlio è un bambino che ha una indiscussa passione per questo sport, una passione nata del tutto spontaneamente, quando lo portavo in giro per l’Europa con me, prima e durante le gare voleva a ogni costo provare ad accostare e bocciare. Aveva due anni, tirava su la boccia con le due mani e io dovevo seguirlo come un’ombra per evitare che si facesse o facesse male a qualcuno!”

Allora la colpa è sua!

“Ammetto di avegli fatto respirare precocemente l’aria dei bocciodromi. Ma dopo i primi contatti con il campo a due, tre anni, volli anche che provasse altri sport. Ha fatto esperienze con il calcio e con il volley, Quindi gli abbiamo dato unì’ampia varietà di scelta. Non c’è voluto molto a capire che non era tagliato per gli sport dove c’è contatto. Se c’era il minimo scontro, anche fortuito, soffriva, si chiudeva oppure reagiva in modo spropositato. Ci ha chiesto lui stesso di tornare alle bocce”.

E sta funzionando?

“Dal punto di vista emotivo senz’altro. Si diverte, è sereno, si vede che gli piace gareggiare, mettersi in competizione, sfidare avversari anche più grandi affrontandoli e, lo riconsco, spesso battendoli, dando la sensazione di avere occhio, braccio e soprattutto la testa “giusti” per questo sport”.

Indizi che fanno ben sperare…

“Troppo presto per dare un giudizio. Lo dico da padre e da tecnico: Matteo per ora deve solo divertirsi. Siamo ancora nella fase ludica della disciplina, tra tre-quattro anni vedremo quali progressi avrà fatto. E’ un lasso di tempo enorme in questo periodo della vita, si passa da bambini a ragazzini, può cambiare il fisico, si possono avere altri interessi. Ripeto quello che mi interessa al momento è vederlo tranquillo”.

C’è chi dice che sia già  un bocciatore temibile

“Ci prova senza paura, spesso ci azzecca. L’unica cosa che possa fare è lasciarlo libero di seguire l’istinto. Mi sono ripromesso di non fare l’allenatore o il professore, solo di stargli vicino, condividere con lui le gioie delle vittorie, le amarezze delle sconfitte ma tutto rimanendo leggero, senza stress”.

Dica la verità, ci ha mai pensato a una coppia Ravera-Ravera sul terreno di gioco?

“No. Se ci sarà l’occasione farà la sua strada in piena autonomia. L’importante è che io e lui si faccia squadra nella vita di tutti i giorni”.

 

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